“Su, su, su, va tutto bene, c’è papà qui… Penso io a te… Ti giuro che non permetterò che ti succeda mai niente… Nemo!”. (Alla ricerca di Nemo)
È questa l’idea di paternità che più mi piace: quella di protezione, di guida costante e di porto sicuro. Probabilmente perché è questo che ci si aspetta da un padre: supporto, sorriso costante e protezione. Ma certo devo ammettere che nelle fiabe la figura paterna è spesso appena percettibile. Quanti di noi si sono chiesti: dov’è finito il padre di Cenerentola? Arriverà il papà di cappuccetto rosso a salvarla dal lupo? La piccola fiammiferaia avrà un padre padrone o un povero padre buono? Il papà di Hansel e Gretel, si sarà pentito, li vorrà cercare?
E invece nessuna di queste domande ha mai trovato risposta. Ma come è possibile? Beh, ritengo che il contesto socio culturale abbia fatto la sua parte: quando sono nate le fiabe la figura paterna era considerata fondamentale per il mantenimento economico, per l’imposizione da educazione, spesso incuteva paura, perché si pensava che la paura generasse il rispetto. Motivo per cui nella fiabe sono le mamme che raccontano, che coccolano, guidano e perdonano. O spesso finiscono per essere morte e sostituite da belle e infide matrigne che plagiano padri inetti e assenti. Oggi però la figura paterna è totalmente equiparabile a quella materna: i papà cambiano i panni, danno da mangiare, si svegliano di notte e soprattutto giocano con i loro figli ed io, questo lo so bene. E allora mi piace analizzare, all’indomani della festa del papà, alcune fiabe che ben hanno saputo rendere giustizia ad un importante ruolo genitoriale. Perché alla base dell’uguaglianza dev’esserci il principio di condivisione.
Partirei con la fiaba di “Pinocchio”. Chi di noi non ha amato il povero Geppetto? Chi non ha condiviso le sue pene paterne? Chi non ha percepito la forza ed il coraggio che spingono un uomo a desidera, più di ogni altra cosa, diventare padre anche a costo di costruirlo con le sue stesse mani? Chi non ne ha tratto quella morale secondo la quale l’amore genera amore, plasma i cuori e converte la materia? Oggi Geppetto rappresenterebbe un ragazzo padre perfetto, mentre ieri è stato semplicemente identificato come padre putativo per eccellenza dopo san Giuseppe. Entrambi simbolo di accettazione per eccellenza. Di amore incondizionato, un amore che non si pone interrogativi.
Nel “Il gatto con gli stivali”, che ho registrato ed inserito nel blog ieri sera, il padre ricopre il ruolo di colui che mantiene e garantisce il sostentamento della famiglia; si occupa del loro futuro: un mugnaio che lascia in eredità un mulino ed un gatto magico. Un padre premuroso e attento al futuro dei suoi figli.
Esistono poi padri che, avendo una figlia prediletta, rischiano la vita pur di assecondarla e renderla felice: basti pensare al padre di Belle di “La Bella e la Bestia”, un padre che affronta la bestia e viene catturato pur di raccogliere una rosa e tenere al sicuro la sua bambina.
E cosa ne pensate di Mufasa, papà di Simba? Già, eccoci al “Il re Leone”, a me sudano sempre gli occhi davanti al gesto di quel re che perde la vita pur di salvare suo figlio, dando il via a quel famoso “cerchio della vita”, attraverso il passaggio di un testimone materiale (titolo di re) e uno immateriale (gli insegnamenti).
E chi non ha, anche per qualche minuto, detestato Tritone? Si, il papà di Ariel in “La Sirenetta”.
Il re di Atlantica, un vecchio esempio di padre padrone (all’inizio) che odia il mondo umano e proibisce a chiunque di entrarci in contatto. Sebbene sia molto brusco con la figlia, in realtà le vuole molto bene e solo dopo aver compreso quanto sia reale l’amore che la lega al principe Eric, le consente di vivere con gli umani. Tritone è sì presente nella narrazione, ma si pone come classica figura patriarcale che cerca di imporre i suoi dettami in modo burbero, ma pur sempre a fin di bene e con l’intenzione di proteggere la figlia. Un padre che finisce per accettare la diversità pur di vedere la propria figlia sorridere di gusto.
Ho aperto questo articolo con una frase tratta da “Alla ricerca di Nemo” ed è così che voglio concludere questa analisi: ecco un padre che vaga alla ricerca del figlio. Una storia con un sottile senso della vita da cogliere. Nemo è nato con una pinna atrofica, mentre gli altri fratelli sono morti quando erano ancora delle uova. Questo padre è il simbolo del genitore rimasto solo dopo aver perso i figli che non ha mai potuto conoscere e con l’ansia di dover crescere un figlio con un problema fisico. Una storia di perdite e conquiste, in grado di insegnarci che anche da soli, per quanto sia difficile, si può sempre fare un ottimo lavoro genitoriale. Una storia che ci ricorda che un padre può essere un ottimo padre.
E se davvero alla fine di questa analisi pensate che nessun padre delle fiabe abbia meritato di essere ricordato per grandi analisi, beh, pensate che è grazie ad un uomo, quindi ad un grande padre che è nato topolino e da lì un’avventura chiamata Disney.
Per quanto riguarda me, mi basta guardare il mio Christian insieme a suo padre per avvalorare quello che so dal primo istante: non avrei potuto scegliere padre migliore per mio figlio.


