Qual è la morale?

Qual è la morale?

Quand’è che comprendiamo di essere diventati grandi? Quando decidiamo di lasciarci alle spalle fate, folletti e smettiamo di giocare? Quando disilluse comprendiamo che il principe azzurro potrebbe non arrivare? O quando scopriamo che la verità è che non impareremo mai a volare, che non esiste l’isola che non c’è, perché l’unica isola possibile è quella che riusciamo a costruirci da soli? È allora che ci distacchiamo dalle favole, che prendiamo le distanze dalla morale, quasi come se fosse “qualcosa per bambini” troppo semplice per noi, perché non ci tocca, perché noi la vita la pratichiamo, noi la vita la facciamo. E più passano i giorni e più ci impregniamo di disincantato. Poi, un giorno, accade che diventiamo genitori e cominciamo a temere una pioggia di domande strampalate, complesse, cominciamo a temere di dover fare a pugni con duecento mila perché e, comprendiamo, che abbiamo un solo modo per svincolarci dal mutismo genitoriale, per rispondere in modo semplice e chiaro a dubbi di sabbia, per colorare quelle dolci incertezze di cioccolato. Ed è così che rispolveriamo vecchi libri di favole, riapriamo gli scatoloni dei ricordi. Riesumiamo tutti quei cimeli che ci ricordano di quando siamo stati bambini e profumavamo di sogni. E presto ci rendiamo conto, che in questa società moderna le cose sono più complesse, perché tutto si trasforma velocemente, tutto appare come un sistema aperto che si lascia contaminare in ogni parte. Sapete cos’è l’effetto Flynn? È uno studio attraverso il quale si è dimostrato che il quoziente intellettivo della popolazione nel corso degli anni, delle generazioni, si fa via via più alto. Non ci credete? Volete un esempio? Eccovi accontentati: tra i giochini del mio Christian ho due peluche che ai miei tempi avrei chiamato pecorella e scimmietta ma che oggi, mentre cantano, si presentano come un bradipo e un lama. Ma com’è possibile? Io non sapevo nemmeno cosa fossero il bradipo e il lama! Poi lo lascio giocare con la sua piccola pianola, dove non ci sono semplicemente le note, i colori e i numeri, ma anche figure geometriche. Fin qui tutto bene, fino a quando la dolce canzoncina menziona l’esagono e il rombo. Esagono e rombo? Oh mamma! Io ne ho sentito parlare solo alle scuole medie? E allora cosa accade? Christian è più intelligente di me da bambina? No. Semplicemente la società si è modificata, si è evoluta, il lessico si è arricchito e molte parole ieri complesse, oggi sono diventate scontate. Molte tematiche ieri tabù, oggi sono chiare ed espresse. Ieri molti oggetti e molti concetti erano denominati: “il coso”, “quella cosa” o si spiegavano con una frase ricorrente: “sei piccola”. Oggi la società è cambiata e i bambini cercano risposte precise, a loro non si può più mentire e alle loro domande non si può più sfuggire, anche perché si corre il rischio che si creino realtà alterate edificando risposte approssimate.  Eppure dal 2000 si parla di effetto Flynn capovolto, ma questa è un’altra questione. E quindi le favole servono ancora?

Ovviamente si! Devono cercare di trattare tematiche più complesse e contemporanee dello stare attenti allo sconosciuto/lupo o del non accettare mele dalle streghe/vecchiette. È per questo che da due settimane ho preso a scrivere delle favole tutte mie partendo dalla domanda: cosa voglio insegnare a Christian? Risposta: voglio insegnargli a non vedere la diversità come negatività; a non temere la prepotenza; a non omologarsi pur di farsi accettare; a rispettare sè stesso e gli altri; a osservare il suo riflesso, ad amarlo, senza paura di scheletri e mostri. Voglio insegnargli che siamo tutti belli nella nostra follia. Che siamo tutti ingenuamente avventati, poiché mossi dalla volontà di dominare il mondo. Voglio insegnargli che la semplicità è la forma della vera grandezza; che quando c’è aria di tempesta anziché piangere e temere, deve pregare e godere degli ultimi istanti di sole. Fargli capire che, a volte, bisogna commettere sciocchezze perché altrimenti, forse, non ci accadrebbe nulla di grandioso. Voglio che sappia che piangere non è simbolo di debolezza, ma di umanità. Che chi domina lo fa perché ha paura di essere sottomesso. Che bisogna amare e saper dire ti voglio bene. Perché le persone si amano quando sono vive, quando possiamo stringere loro la mano. Perché voglio che attraverso le favole, la lettura impari ad approcciarsi al problema, che capisca che è normale incontrare ostacoli e che chi vive con coraggio vince, seppur non sempre. Pensate ad oggi: anche il periodo nero che stiamo vivendo è stato più volte spiegato ai piccoli con il racconto di un re che non merita la corona. Ed è importante trasmettere informazioni senza cadere in enfasi emotive inutili, senza perdersi in spiegazioni dettagliate che “ansiano”, senza farli sentire circondati dal panico. E poi si sa che alla fine della fiera bisogna spiegare loro, che le persone possono avere morali diverse, a seconda del limite che pongono tra ciò che è giusto e ciò che non lo è: perché non sempre è solo bianco o nero.  Ma in fondo la morale è che, crescendo, anche Christian dimenticherà la morale. Ma per adesso non importa, per adesso la morale è credere che esista una morale, aggrapparsi alla morale. Perché presto tutto finirà e torneremo a cantare e a correre sotto la pioggia, torneremo a baciarci e a stringerci sotto sguardi indiscreti. Torneremo a sbagliare. Perché ancora una volta, dimenticheremo la morale.

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