PRINCIPI E PRINCIPESSE: Tempo che “vai”, principe e principessa che trovi.

PRINCIPI E PRINCIPESSE: Tempo che “vai”, principe e principessa che trovi.

Quante di noi hanno sognato di essere una principessa? Quante attendono ancora il principe azzurro? E quanti bambini hanno immaginato di essere un principe coraggioso che doveva salvare una principessa e conquistare una corona? Quanti aspettano ancora di salvarne una? Se analizziamo bene le fiabe ci rendiamo conto che ognuna, in base al secolo nel quale è stata scritta, mostra un panorama standardizzato della società, creando stereotipi e, talvolta, falsi miti. Facciamo qualche esempio?

Da bambine, leggendo Cenerentola tutte riponevamo l’attenzione al bellissimo abito da indossare al ballo, alla scarpetta di cristallo da calzare e al principe da amare. Ma rileggendola oggi? Beh, le condizioni della principessa erano poco invidiabili: costretta a fare la serva ad una matrigna e a due sorellastre, reclusa a parlare con i topolini e, se tardava, restava con quattro stracci e una zucca vuota. Ma il bello di essere bambine è proprio quello di vedere solo il meglio, di attendere il tanto amato “e vissero felici e contenti”. Tutte le principesse più famose hanno subito ingiustizie, sono dovute scappare da una condizione poco felice, spesso sono state abbandonate, avvelenate, rapite e rinchiuse in torri oscure. Cosa ci si aspettava da loro in fondo? Solo che trovassero la salvezza nel principe azzurro. Avete presente Le parole di Gaston a Belle? “Togliti i libri dalla testa o ti verranno in mente strane idee.” Perché erano tempi in cui la donna doveva semplicemente imparare ad essere una servizievole moglie. Tempi in cui gli stereotipi di genere erano esplicitati nelle fiabe che dovevano quasi mostrare, rappresentandolo, il giusto ordine delle cose da fare per diventare. Lo vuoi il principe azzurro? E allora lava, subisci un po’, si carina ed elegante e soprattutto lasciati salvare da lui. Sarà per questo che le donne, di cui sopra, attendono ancora un principe? Perché probabilmente lo vogliono, ma ne vogliono uno che accetti che possa lavorare, vestirsi a piacimento e soprattutto pensare. È anche vero che con l’evoluzione sociale la figura della principessa protagonista si è fatta via via più d’azione: Ariel si ribella al padre e decide di amare un umano; Merida decide di lottare; Mulan decide che non le importa imparare le regole della moglie perfetta; le sorelle Frozen decidono di salvarsi da sole.

Stessa sorte accade al Principe azzurro. Siamo passati dal dover necessariamente corteggiare e salvare una giovane e bella fanciulla indifesa, al dover accettare la loro indipendenza. Nemmeno la vita da principe era semplice: dovevi essere necessariamente bello (e menomale che Enrichetto diventa bello grazie al potere della bella principessa, altrimenti altro che bei discorsi); dovevano essere ricchi e successori di corona; dovevano essere pronti ad affrontare avversità. Semola deve imparare l’arte della disobbedienza per diventare Re. Così come Robin Hodd, il quale si crea le sue leggi per poi sposare una principessa stanca di ricevere ordini e falsi corteggiamenti. E quasi tramonta l’eleganza che vince.

E comunque ci sono fiabe nelle quali sono state le principesse a salvare il principe: Bella s’innamora del cuore della Bestia, il ranocchio torna principe dopo il bacio della principessa. Quindi, con l’evoluzione sociale la principessa non guarda più solo alla bellezza e alla dote del principe, ed il principe comincia a fidarsi dell’operato della principessa, finendo per accettare ogni suo colorito fare.

E comunque vissero felici e contenti. Nonostante il capovolgimento. Nonostante le divergenze.

Oggi le nuove fiabe non menzionano quasi mai principi e principesse: si prediligono robot (simbolo di evoluzione); si esaltano animali che salvano i loro padroni (la loro è una fedeltà indubbia); si rendono protagonisti i bambini e la loro genuina voglia di dimostrare di essere capaci (probabilmente per ricordare a noi genitori che dobbiamo avere fiducia e che la loro autostima dipende da noi); si scelgono famiglie spaziali o bambinoni che hanno una forza sovrumana (probabilmente per rimarcare questo cambio di sistema basato sulla macchina che facilita). Già, perché se i tempi moderni semplificano i lavori di casa, permettono pari istruzione, accettano la parità di genere, a cosa serve conservare il principe e la principessa? Probabilmente abbiamo capito che non è l’appellativo a fare la principessa. Non è la corona a fare il re. Perché le parole perdono di significato quando vengono “sprecate” poiché poco coerenti con il contesto. Abbiamo capito, mi auguro, che non servono scarpette di cristallo e principi che ti rincorrono e ti salvano, ma uomini che fanno del cuore la loro corona. Che non promettono castelli enormi e vuoti, ma case piccole e piene d’amore. Perché abbiamo imparato che le principesse non sempre scendono con i guanti dalle carrozze, perché hanno capito (imparato) che possono ripararle quelle carrozze. Abbiamo compreso che per sognare non serve l’amore a tutti costi fra un uomo e una donna, perché l’amore ha mille volti e a lui non serve vestirsi a festa e decantare reami. Perché a lui servono solo cuori. e mi auguro anche a noi.

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