Alice: “Per quanto tempo è per sempre?”
Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.
(Lewis Carrol)
Chi di noi non ha piacevolmente consumato il tempo delle meraviglie? Avete mai notato quante avventure affronta Alice tutte in una sola giornata, in un solo “sogno”? E quanto tempo passa dalla diversa natura del brutto anatroccolo grigio, grande e goffo, alla trasformazione dello stesso in cigno ammirato? Per quanto tempo Peter Pan e i bambini sperduti restano bambini? Quale tempo può esserci su un’isola che di fatto non c’è? E l’incantesimo fatto dalla strega del tempo alla Bestia quanto dura? Dopo quanto tempo l’amore rompe la maledizione?
E quanto tempo passa dal primo desiderio di Aladino alla nuova reclusione del genio nella lampada magica? L’orologio delle fiabe non musica un ritmo ordinario, perché c’è quasi sempre un incantesimo che accelera il corso degli eventi, lo inverte o lo congela: pensiamo ai 100 anni di sonno della bella addormentata nel bosco, 100 anni di attesa di un bacio salvifico. 100 anni ad attendere un risveglio. 100 anni di un tempo che passa senza consumare i volti, senza che la vecchiaia divori le speranze. Senza che l’attesa distrugga la reale voglia di normalità.
Dunque, qual è la vera durata delle cose? Come scorre il tempo della meraviglia? Da cosa dipende la percezione, o la mancata percezione, del tempo?
Sappiamo bene che luogo, paesaggio, ambiente non hanno un reale o preciso riferimento geografico: un attimo prima stiamo attraversando un sentiero e l’attimo dopo ci ritroviamo difronte ad un castello incantato. Mentre il sole burlone gioca a nascondino con le nuvole, noi siamo lì, rinchiusi in una stanza di marzapane, per ritrovarci (ancor prima che la luna scopra e sostituisca il sole nel suo gioco) in cima ad una montagna. Insomma, nel mutare giocondo degli scenari della fiaba, avviene un superamento dello spazio.
Da cosa dipende? Cosa accade in realtà? “Dopo qualche tempo”. “Passarono sei giorni”. “Giorno dopo giorno”: possiamo parlare di luoghi e tempi dell’anima? Luoghi che risentono non del tempo propriamente detto, ma di stati emotivi che vengono attraversati, superati, sofferti? Io direi di sì, pensateci: “C’era una volta”, ma quando? Dove? Potrebbe essere stato ieri, dieci mesi fa o potrebbe essere anche adesso. È per questo che la fiaba non conosce tempo, perché si possono citare i giorni, i mesi, gli anni, ma con la consapevolezza che, questi, hanno un’estensione maggiore rispetto al reale scorrere del tempo.
Cosa accade? Le emozioni e l’età fanno ticchettare diversamente l’orologio mentale. Non ci credete? Pensate all’incantesimo dell’amore. Cosa succede al vostro tempo quando siete in compagnia dell’amore? E quando siete soli seduti all’ombra della felicità ad aspettare che questi si manifesti? Quando lo perdete quanto dura il tempo? Già, perché poi di fatto il tempo non è null’altro se non una concezione psicologia che fa dell’anima una unità di misura. Ed ecco che precipitiamo nel tempo delle attese. Eccoci vagare concitati nel tempo perduto, consumato, dedicato. Perché l’unica cosa certa è che se tutto muta, se tutto si trasforma, tutto scorre. Panta rei. Tempo come immagine mobile dell’eternità. In fondo quanto tempo c’è in un lasso di tempo? Il tempo è potenzialmente infinito ecco perché tendiamo a misurarlo attraverso il movimento: trascorsero, attraversarono, conquistarono, soffrirono e amarono. Tempo come giudice di verità svelate, principesse salvate, incantesimi spezzati. Tempo come trionfo del bene su un attacco temporale e momentaneo del male. Tempo che tiranno costringe all’azione. Tempo che incorona la bontà del re e punisce la cattiveria della matrigna. Tempo che solletica le emozioni di chi ama vivere sull’orlo del mondo. Ma sapete qual è la cosa più importante e bella? Che il tempo nelle fiabe non si perde, non si consuma, passa per davvero, perché costruisce, non demolisce. Perché? Come si legge nel Piccolo Principe: ” È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. Nel suo tempo senza tempo la fiaba comincia con “C’era una volta…” e termina con “E vissero tutti felici e contenti”, in tutti i tempi, in tutti i luoghi perché la fiaba continua e si trasforma nella mente di chi ascolta, nelle parole di chi continuerà a raccontarla, a modificarla, ad amarla.
Ed io amo quel “C’era una volta” rassicurante che ricorda ad ogni bambino che qui (nel luogo della lettura) si è al sicuro da streghe, lupi, capitani con l’uncino, orchi. È per questo che i bambini non temono le fiabe e restano stregati da quel passato magico che mira all’eternità del “vissero per sempre felici e contenti”. Perché i bambini, come le fiabe, vivono di meraviglia come unico antidoto contro un tempo che consuma tempo.
E voi? Qual è la vostra durata delle cose?


